Un racconto da leggere tutto d'un fiato! Vi portiamo nella regione più remota dell'India settentrionale, tra le alte vette dell'Himalaya

Il Ladakh, chiamato anche Piccolo Tibet Indiano, isolato per alcuni mesi l'anno, mantiene ancora intatta l'autenticità del suo popolo straordinario, delle sue tradizioni millenarie e dove è ancora possibile vivere esperienze di viaggio responsabili e sostenibili come questa che state per leggere. 

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Con il tempo dalla parte giusta, e un trek di qualche giorno, si può salire e poi scendere dallo Stok La. Così perché in Ladakh, come il girare in una sveglia, si fa un passo ad una quota e poi si scende giù ad un'altra. 

Si può arrivare nel villaggio di Rumbak, partendo una mattina dalle strade della città di Leh, costeggiare quella corrente di acqua e fango che fa l'Indo, lasciare le jeep appena entrati all'Hemis Park e dopo qualche ora di cammino risalendo il torrente, girare a sinistra in una valle coltivata. Quindi si fa sosta per la notte, perché poi il sentiero diventa ripido così, si passa lo Stok La e si scende infine giù a zig-zag, per tornare verso Leh. 

Si può arrivare nel villaggio di Rumbak, a metà strada di un percorso che in senso antiorario gira in mezzo alla catena dello Stok, aspettare la mattina e salire verso il passo o ritornare indietro dalla valle. 

In effetti è proprio quello che era stato previsto dal programma di viaggio, pensato con il cuore, pensato per il cuore di chi alle quote del Ladakh mai è stato, per chi lì ne lascerà una piccola parte oppure vuol tornare e per quello di chi solo una volta vi starà. Si arriverà, si farà homestay e dopo si vedrà. 

Avendo infatti al seguito non una o due, ma tre esperte guide, gli stessi che guidano le jeep, attrezzati come sono, sempre con gli occhiali per il sole e all'occorrenza di un marsupio e di un asciugamano, non ciascuno, non in due, ma uno in tre, ci si potrà dividere in due gruppi per decidere che strada prendere. E questi, in testa ad uno oppure all'altro, tramite uno schema di manovre che comprendono risalite e discese dai due lati del versante, potranno riunire i due gruppi e le tre auto al termine del percorso, per tornare tutti assieme alla città. 

Certo loro sono del posto, sanno bene come muoversi su e giù per le montagne e poi magari non sarà nemmeno il trek più impegnativo che l'Himalaya ha da offrire. 

Si racconta, ad esempio, anche di chi è arrivato una mattina dalle strade di Leh compiendo quasi eroicamente l'intero giro tutto in un fiato e senza sosta per la notte a metà strada, una di quelle notizie dette a bruciapelo qualche giorno prima di avviarsi, giusto per lasciare chi le ascolta con il respiro sospeso tra il desiderio e il dubbio di partire. 

Certo si fa quello che si sente e nel vedere il percorso dalle carte rimane sempre un bel dislivello e tanta pendenza, ma alla fine è il tempo che di un luogo chiede di essere apprezzato, con i suoi ritmi, a volte un po' più lenti, a volte di corsa e magari non girare neanche dalla parte giusta. 

Quando arrivammo a Rumbak era un pomeriggio di circa metà agosto. La vallata puntava dritto verso la salita, seguendo le lunghe spighe verdi dei campi, avvolta nel marrone del terreno e accesa a macchie di leopardo da quei raggi che riuscivano a passare fino ad oltre le montagne. Ci sistemammo in due per ogni casa, in una stanza messa a disposizione dai contadini per chi si trova a camminare da queste parti, due materassi sul tappeto, delle coperte belle pesanti, le tende alle finestre e iniziammo ad aspettare. Le nuvole si addensavano tra le punte seghettate nel cielo appena in fianco allo Stok La, lo si poteva guardare ingigantito restando in piedi a una terrazza attraverso le lenti del binocolo, forse intravedendo persino alcune bandierine appese a un filo teso a cavallo della sella. Si vedeva un po' sfocato, ma di tempi peggiori questo posto deve averne avuti. Forse lo sanno le persone che qui vivono da prima dei mattoni delle loro case, lasciati fuori a rinsecchire, immobili come spaventapasseri, in piedi nell'angolo destro di un campo sotto le ultime luci della giornata, immobili come sarcofagi, sdraiati al riparo dello stipite di una finestra che non ha i suoi vetri. Il cielo si scuriva e rimanendo in fila con le ginocchia incrociate ed un piatto tra le mani iniziammo ad aspettare, perché dopo la cena, se avesse preso a piovere, allora forse le tre guide sarebbero tornate verso il torrente. Come gatti nella notte, con gli occhiali per il sole, con il marsupio e con l'asciugamano, con le gambe dentro al fango e sui sassi scivolosi sarebbero arrivati in tempo per raggiungere le jeep, appena prima che l'Himalaya le avesse spinte fino all'Indo. 

Se avesse incominciato a piovere, allora la mattina saremmo ridiscesi tutti quanti giù per la vallata, partendo un po' di fretta e con il grigio ad inseguire, ma avendo anche la premura di lasciare i chorten sulla destra, girandoci attorno al grido di “CLOCKWISE!”, per tornare indietro proseguendo in senso orario. 

Così durante le ore della notte restammo con due occhi chiusi per il buio e un orecchio sul cuscino, mentre si teneva l'altro alle finestre ad ascoltare il ticchettio del tempo, cercando di distinguere se erano le gocce che cadevano sul tetto o le onde del ruscello tra le case. Aspettando la mattina, o soltanto quel momento che scorre tra le scapole e le vertebre, con il cuore che rimbalza nella gola e con il fiato sotto ai piedi, come quello per passare lo Stok La

Arrivando tra le scaglie viola delle rocce, mentre brillano più forte nei riflessi contro gli occhi e tagliano la vista dove gettano le ombre, lasciando solo il vento e le sue nuvole, che sfiorano la testa per nascondere le punte delle nevi appena in alto. 

Si può arrivare a una fontana, quadrata e di cemento, con un tubo che esce e butta l'acqua dalla cima di un villaggio, in quindici più tre e darsi appuntamento per veder da lì, perché poi il sentiero diventa ripido così e scende infine giù a zig-zag. 

Racconto e foto di Mauro Castagnoli